venerdì 18 gennaio 2013

Il mondo vegetale: frutta, verdura, tuberi e legumi.

Eccoci ad un altra puntata riguardante la conoscenza di quello che mangiamo e degli  effetti che questo ha sul nostro organismo.
Dopo proteine di origine animale e zuccheri, parliamo di tutto quanto attiene al mondo vegetale e agli zuccheri, o carboidrati, complessi.

La richezza del mondo vegetale.







La natura è estremamente ricca, piena di vita, di cibo. Tutto quanto ha origine da un seme, che dall'oscurità e dal calore della terra, cresce bucando la superficie del nostro pianeta e dirigendosi a pieno vigore verso il sole e il cielo, ci apporta un nutrimento buono, di per se', per il corpo, per l'anima e per la mente.
Basta pensare a qualcosa di molto semplice, evidente, li davanti ai nostri occhi: qualcosa che cresce è vivo!
Se qualcuno di voi ha la fortuna di poter fare l'esperienza di un orto, si rende conto di questo ogni giorno.
Le piante del nostro giardino assorbono continuamente la luce del sole, l'acqua e i sali minerali del terreno, le sostanze nutritive che servono non solo di giorno in giorno, ma addirittura di ora in ora, di minuto in minuto, in continua sintonia con quello che succede attorno a loro, con le altre piante, gli insetti, le infinite minuscole forme di vita che popolano l'ambiente.
Un orto, anche piccolo, è un microcosmo perfettamente equilibriato, sintonico, quasi una sola entità in continua comunicazione tra le sue parti e con il tutto.
Già solo osservando questo, sia da un punto di vista prettamente materiale e biochimico (reazioni chimiche, assorbimento e cessione di energia, scambi ormonali e moltiplicazioni cellulari) che da un punto di vista più sottile (assorbimento del cosiddetto "prana" o energia dell'Universo che permea il nostro pianeta, assorbimento delle energie telluriche, interazione tra campi energetici delle singole piante e degli insetti, dei microrganismi e di ogni possibile forma di vita presente) siamo in grado di comprendere quanto un cibo di origine vegetale sia estremamente più ricco, nutriente e vitale di un cibo di origine animale (che è spesso ottenuto da animali morti e/o subisce numerose trasformazioni prima di finire sulla nostra tavola, dunque perde, molto spesso, tante delle sue caratteristiche originali e "naturali").

(Anche il cibo di origine vegetale può essere sottoposto a processi di raffinazione trasformazione, che possono compromettere le caratteristiche di origine e far perdere molti nutrienti e componenti preziosi. Per questo nutrizionisti e studiosi della alimentazione sono soliti consigliare di consumare cibi il più possibile vicini al loro stato naturale. Vedremo quanto questo risulta importante quando si parla di carboidrati complessi)

Se poi andiamo studiare la letteratura scientifica, ci rendiamo conto che esiste un motivo in più per preferire, nella nostra alimentazione, alimenti di origine vegetale.
Questo motivo fa riferimento a una caratteristica del nostro organismo che è quella di riuscire a mantenere costate il pH del sangue e dei tessuti. Il valore di questo indice, che quando è basso indica una acidità maggiore, mentre quando è alto indica una situazione opposta all'acidità che è definita alcalinità, deve restare nel range considerato di equilibrio per il nostro sangue e per i tessuti del nostro organismo, che è intorno a 7.
L'alimentazione è uno dei principali fattori in grado di spostare il valore del pH endogeno e tutti i cibi che ingeriamo possono essere classificati in base al loro "potere" acidificante (i valori del pH si spostano verso l'acidità) o alcalinizzate (i valori di pH si alzano).
Chiariamo che parlare di potere acidificante o alcanizzante non fa riferimento a cibi acidi o meno acidi come per esempio un limone che è più acido di un bicchiere di latte, ma di tutt'altro!
Stiamo cioè valutando come un determinato cibo, una volta ingerito, digerito e metabolizzato può influenzare il valore di pH del nostro organismo.
Paradossalmente, da questo punto di vista, il ragionamento si svolge al contrario: il bicchiere di latte è più acidificante di un limone!
Nella nostra alimentazione occorre prediligere cibi alcalinizzanti. Vediamo di capire perché.
Uno spostamento del pH endogeno verso valori di acidità mobilita un sistema tampone tipico del nostro organismo, il quale riporta il pH entro valori accettabili ma che fa capo a vie metaboliche in grado di recuperare sali minerali, vitamine e ioni alcalinizzanti che il nostro organismo ha precedentemente accumulato come depositi tissutali quali, ad esempio, e tipicamente, le ossa (calcio).  Questo comporta, in presenza di una situazione di acidosi, la perdita di parte del calcio e della parte minerale delle ossa, con aumento del rischio di osteporosi. Accanto a questo si realizza una situazione di acidosi diffusa in tutto il corpo che provoca dismetabolismi e problemi infiammatori generalizzati.
I cibi alcalinizzanti, se introdotti con regolarità e in quantità maggiore rispetto ai cibi acidificanti, permettono al sistema tampone del nostro organismo di entrare in funzione, quando necessario, senza attingere alle scorte di minerali, calcio e vitamine accumulate nel nostro organismo. Questo perché i cibi alcalinizzanti sono naturalmente ricchi di vitamine, calcio e minerali!

Immagino che a questo punto avrete già capito quali possono essere i cibi alcalinizzanti, ma se non fosse cosi sono bel lieta di illuminarvi a riguardo.

Cibi alcanizzanti sono:

verdure, ortaggi, tuberi, legumi, frutta fresca, frutta secca e semi oleaginosi.
Tutto quanto la natura ci offre in abbondanza.

Cibi invece acidificanti e dunque "pericolosi" per la nostra salute se consumati in eccesso, sono:

- latte, latticini, carne di tutti i tipi, pesce, formaggi, uova e carboidrati soprattutto se raffinati.

Ancora una volta: prodotti di origine animale risultano sfavorire la nostra salute se consumati frequentemente, mentre il contrario avviene per alimenti di origine vegetale. Ancora una volta troviamo un messaggio chiaro a questo riguardo.
Vi faccio poi notare un paradosso.
Comunemente ci sente consigliare, anche da medici, di consumare grossi quantitativi di latte e latticini perché ritenuti fonte di abbondante calcio e protezione contro l'osteoporosi.
In verità, abbiamo appena visto che, essendo questi alimenti con potere acidificante, se consumati troppo frequentemente vanno ad intaccare le riserve di calcio endogene e a far, pian, piano, scomparire la massa ossea e quindi il calcio!
Come dire: osteoporosi assicurata!
Chiaro che occorre usare il buon senso. Nessun cibo, e lo dico e lo ripeto sempre, è dannoso e nocivo in se. Non sto dicendo di eliminare tutti i latticini dalla nostra alimentazione. E' evidente però che non bisogna abusarne, che la dieta deve essere il più possibile ricca e variata e che occorre sapere che a volte i messaggi che ci vengono inviati non sono molto chiari e affidabili.

Per indicare il potere acidificante o alcanizzante di un alimento, viene usato un indice che è il PRAL o Potential Renal Acid Load (Carico Acido Renale Potenziale).
Alimenti a PRAL (+) positivo, sono acidificanti
Alimenti a PRAL (-) negativo sono alcalinizzanti.

Un pasto equilibrato dovrebbe bilanciare correttamente alimenti a PRAL negativo con alimenti a PRAL positivo. Quindi, per fare un esempio:
- piatto di riso/pasta/cereali
- verdura/legumi
- frutta fresca e/o secca

Se poi riusciamo a fare un pasto interamente a PRAL negativo, quindi escludendo tutte le proteine di origine animale e tutti carboidrati, ogni tanto, sarebbe sicuramente un momento di depurazione che offriamo al nostro organismo, e un insieme di nutrienti benefici e salutari.
Un esempio potrebbe essere una bella insalatona dove mettiamo tutta la verdura che ci piace e di stagione, con qualche gheriglio di noce o qualche nocciola o pinoli o la frutta secca che più ci piace, e della frutta (la mela e la pera si prestano benissimo).
O ancora, un pasto a base di tofu accompagnato da tuberi o verdure di nostra preferenza, concluso con della frutta fresca e/o secca (una manciata di frutta secca al giorno, fa sempre bene in quanto ricca di grassi omega 3 e 6....parleremo più diffusamente in seguito di questi preziosi alleati per la salute).
Questo perché il tofu si ricava dalla soia, che è un legume ed è quindi a PRAL negativo (ed è uno dei motivi per cui amo molto questo alimento, riguardo al quale faremo sicuramente degli approfondimenti).

Insomma, teniamo presente tutto questo quando cerchiamo di combinare i pasti in modo salubre!

Per concludere la parte dedicata ai vegetali: essi sono anche ricchi di fitonutrienti che sono non solo utili ad avere un adeguato apporto di vitamine, sali minerali e proteine, ma anche ricchi di "messaggi" importanti per la regolazione del nostro metabolismo, che rimane cosi attivo e ben funzionante.
E' poi ormai più che dimostrato che i vegetali, grazie al contenuto in amidi e fibre, influenzano la concentrazione di triptofano, un amminoacido precursore della serotonina, un neurotrasmettitore responsabile del senso di benessere, rilassamento, calma, del comportamento pacifico, della gioia, della socievolezza e di tutto quanto attiene alla sfera dei comportamenti e delle emozioni positive.
Sembra poi che una alimentazione vegetariana sia anche in grado di innalzare le onde alfa, onde cerebrali responsabili del senso di benessere e della vigilanza che si sperimentano, spesso, in meditazione.

Dunque mille e una virtù dei vegetali!



Nella prossima "puntata" ci occuperemo dei carboidrati complessi e vedremo come debbano essere consumati in forma "grezza" e non raffinata, se è possibile.








sabato 5 gennaio 2013

Cosa fa un nutrizionista.

Buon Anno a tutti!

In questo periodo più di altri, ho avuto modo di trovarmi a rispondere a una domanda frequente:
"Cosa fa un nutrizionista? Cosa fai, tu? Come lavori?".
Cosi ho pensato di scrivere qualche riga in questo spazio, che aiuti me e voi a fare chiarezza a riguardo, in una fase storica e in un "calderone" di figure, nel campo dell'alimentazione, dove molte cose risultano spesso nebulose.

Innanzitutto: cosa non è un nutrizionista?
O meglio: un biologo nutrizionista? (come sono io).
Non è un medico, e quindi non prescrive farmaci ne fa diagnosi.
Non è un dietologo, e quindi non ragiona in termini di grammi e pesate del cibo.
Non è un naturopata, e quindi pur avendo la licenza di consigliare integratori e nutrienti che possano aiutare il paziente a ritrovare il suo benessere, non cura attraverso le erbe.

Il biologo nutrizionista è un laureato in scienze biologiche, che si è specializzato nel campo della alimentazione umana. E' regolarmente iscritto all'albo dei biologi e agisce in totale autonomia come libero professionista o in collaborazione con strutture che si occupano di benessere e nutrizione.
Il suo scopo principale è di educare le persone ad un rapporto con il cibo, e inevitabilmente con il proprio corpo, più consapevole, più sano, più rispettoso.
Questo è ciò che guida il mio lavoro.

Fare un percorso con me significa imparare a conoscere il proprio corpo, e come reagisce al cibo che viene ingerito. Imparare ad ascoltarsi. A capire quali cibi sono meglio di altri, per il proprio corpo e metabolismo, e perché. Come nel nostro rapporto con il cibo possono entrare in gioco mille fattori e aspetti di noi stessi, che esulano il puro aspetto fisico e metabolico, come emozioni, vissuti, stati d'animo ecc...
Siamo esseri complessi e multiformi.
Di solito, quando arriva un paziente, mi piace conoscere la persona che ho davanti. La sua storia, clinica e personale. Il suo modo di alimentarsi e le sue preferenze, per poter poi stilare insieme un programma, per quanto possibile personalizzato, di nutrizione.
Chi viene da me deve scordarsi concetti come calorie o grammi.
E' certamente importante sapere che esistono cibi più calorici di altri, ma quello che è ancora più importante e imparare a nutrirsi. Ormai è chiaro, anche scientificamente, che per ottenere uno stato nutrizionale il più possibile corretto per noi, non è più tanto necessario fare un discorso di quantità (ovviamente con un po' di buon senso, possiamo capire che è bene non consumare 1kg di pasta a pasto!) quanto di qualità.
Dobbiamo cioè imparare a capire COSA mettere nel piatto, più che quanto...

A volte poi, lungo il percorso, fatto insieme, ci si può accorgere di schemi di comportamento, di rapporti disfunzionali con il cibo, di "compulsioni" che meritano maggiore attenzione, lavoro su se stessi, e questo è sempre, per me, e per il paziente, un grande traguardo.
Trovo molto "nutriente" (!) il rendermi conto, e il mio paziente con me, che da un lavoro come il nostro, si riescano a cogliere ed incontrare nodi o sofferenze più o meno grandi che possono trovare adeguato spazio di espressione ed elaborazione nello studio di un/una psicoterapeuta, in un percorso di conoscenza di se stessi. Trovo molto importante la collaborazione con diverse figure specialistiche e quella del terapeuta è una delle più importanti.

Non faccio "discriminazioni" e accolgo qualsiasi tipologia di paziente. Anche chi ha scelto di diventare vegetariano o vegano, troverà rispetto e accoglienza. Ciascuno deve essere lasciato libero di fare le proprie scelte di vita, e non è detto che non si riesca, con gli opportuni accorgimenti, a rimanere in salute anche in situazioni di "esclusione" di alcuni cibi.
Del resto oggi abbiamo mille mila strumenti a disposizione. Non è più cosi difficile "giostrarsi" con alimenti di diverso tipo in modo da avere un apporto adeguato di nutrienti.
Richiede qualche attenzione in più. Certamente. Ma è non solo fattibile: anche estremamente interessante, dal mio punto vista. Vegetariani e Vegani sono "i pionieri" di una alimentazione più sostenibile e salutare. Uno terreno fertile di sperimentazione e nuove acquisizioni.

Spero di avere fornito informazioni utili e comprensibili.
Se posso chiarire ulteriormente eventuali dubbi o incertezze, sono qui.



giovedì 20 dicembre 2012

Ricetta: Il Pane di Natale.


 



Inauguro con una ricetta natalizia, un "filone" che vorrei seguire, con voi, condividendo alcune semplici preparazioni, magari un po' modificate, se serve, per renderle più digeribili e sane e prendendo spesso spunto dalle nostre tradizioni.

Oggi parliamo di PANE DI NATALE.
Si.
Avete capito bene.
Pane di Natale.
Non panettone.

Non so quanti di voi sanno che quello che oggi ci viene venduto come panettone, dolce della tradizione natalizia, e in particolare italiana, in realtà non è che una versione riveduta e corretta di un antico dolce che i nostri "avi" preparavano proprio per il giorno di Natale.
Da un certo punti di vista era un pane "povero", perché ci si metteva dentro tutto quello che si aveva a disposizione in quel momento, e a volte quello che c'era a disposizione non era molto. Ma io preferisco considerarlo un dolce ricco. E se mi seguite capirete perché.

Innanzitutto la preparazione.
L'impasto, che era quello del pane tradizionale, solo usando farina più raffinata (quindi di frumento, piuttosto che farro, miglio o altri cereali tipici del mondo contadino) veniva arricchito con burro, latte, uova e tanta frutta secca e candita. Si usava la pasta madre e il pane veniva preparato la sera della Vigilia di Natale, e poi lasciato lievitare tutta la notte. La mattina di Natale, questo bel pane rigonfio e ricco di aromi particolari, veniva infornato, per poi essere pronto e fragrante per la festa della giornata.Ogni famiglia aveva il suo Pane di Natale, ogni volta diverso e unico, comunque, sempre.
Era un vero e proprio rito. E sappiamo che, quando si riscopre la sacralità dei gesti più semplici, come quello di preparare qualcosa che sarà nutrimento, non solo per il corpo, ma anche per l'anima, e darà gioia e piacere condiviso, tutto assume un sapore diverso.
Che differenza i panettoni industriali che delle macchine, un nastro trasportatore e altrettante macchine, impastano, mettono in forma, cuocciono e confezionano. Arrivano spesso sulle nostre tavole senza che siano stati toccati da mani umane...
Per non parlare poi degli ingredienti...
Gli ingredienti sono un altra ricchezza di questo pane.
Farina di frumento (una buona farina...come sicuramente era quella dei nostri avi...e che per trovare oggi dovremmo probabilmente, e preferibilemente, rivolgerci al biologico), burro, latte e uova che spesso erano prodotti dalla stessa famiglia con il  lavoro a contatto con la natura e la terra, e poi fichi secchi, albicocche secche, datteri, noci, mandorle, uva passa, scorze di arancia o di limone (cosi aromatiche!), canditi di vario genere, cioccolato, pinoli...una sinfonia e una melodia di sapori, profumi, colori.
Se proverete a prepararlo, quando lo starete impastando,durante la cottura, quando lo toglierete dal forno, gustandolo, ma anche nei giorni seguenti, se vi avanzerà!, scoprirete davvero che profumi e quanto abbia da regalare questo pane...che mi viene da includere in quelle preparazioni che riescono a soddisfare la multisensorialità del nostro essere...

Veniamo alla ricetta.

Per l'impasto di un Pane di Natale "medio" occorrono:

350 gr di farina di frumento (perferibilmente biologica)
150 ml di latte
110 gr di burro
50 gr di zucchero
1 uovo
lievito

Unite la farina  addizzionata di lievito, allo zucchero e al burro e lavorate per un po' il composto. Poi aggiungete il latte e amalgamate e infine aggiungete l'uovo e iniziate ad impastare fino ad ottenere un impasto morbido. A questo punto è arrivato il momento di aggiungere la frutta secca, e tutto quello che volete inserire nel vostro Pane di Natale.
Un buon Pane di Natale, viene già con questi semplici ingredienti:
- una manciata di noci spezzettate
- una manciata di mandorle spezzettate
- una manciata di fichi secchi tagliati a pezzi
- una manciata di albicocche secche tagliate a pezzi
- la scorza di un limone tagliata a pezzettini (non grattugiata!)
Poi potete sbizzarrirvi come più vi aggrada.
Aggiungendo cioccolato, canditi, pinoli. Oppure combinando queste cose con altri ingredienti.
Insomma: non esiste una regola fissa! E forse questo è il bello! Ciascuno lo prepara come preferisce!
(non è una ricchezza anche questa?!?)

Consiglio di preparare prima, in una ciotola, questi ingredienti da aggiungere all'impasto, tagliuzzando tutto quello che serve prima di mettersi ad impastare.

Gli ingredienti "tagliuzzati" si aggiungono poco alla volta, incorporandoli man mano.
Una volta incorporati, trasportate su un tagliere o spianatoia di legno, cosparso di farina, e lavorate fino ad ottenere un impasto morbido e sodo.

Mettete in una ciotola a lievitare finchè raddoppia di volume.

Che lievito usare?
L'ideale sarebbe il lievito madre che usavano i nostri avi. Se siete in grado di prepararvelo da voi, tenete presente che il rapporto lievito/farina deve sempre essere 1:2 almeno, per cui 50gr di lievito madre per 100gr di farina.
Buono anche il lievito naturale che si trova nei negozi biologici, in genere disidratato in bustine. Sulla bustina troverete le indicazioni circa la quantità da usare per gr di farina.
Non abbiatene a male ma io escluderei lievito di birra in panetti (che lascia un retrogusto amarognolo non piacevole) e lieviti industriali,anche perché spesso sono responsabili di intolleranze, fastidi digestivi e gonfiori ecc...

Il tempo necessario perché l'impasto raddoppi di volume è variabile. Dunque basatevi sulla vostra vista e osservate quando vi sembra pronto.
Indicativamente, se può aiutarvi, io lo lascio una giornata a lievitare.

Dopo che è raddoppiato di volume, ripassatelo sulla spianatoia un po' di volte, impastando con vigore. Poi dategli la forma di un pane e in forno a 190-200° C per 35-40 minuti.
Tolto dal forno, quando è ancora tiepido, spennellatelo con una glassa fatta con zucchero e succo di limone. Molti usano lo zucchero a velo. Va a gusti. Io preferisco lo zucchero grosso. Rimane più croccante.

Per chi volesse, il latte e il burro vaccini, possono essere sostituiti con latte e burro di soia (io lo faccio). Il risultato è comunque delizioso!

BUON APPETITO  E BUON NATALE.




martedì 18 dicembre 2012

Natale è alle porte....e allora parliamo di zuccheri!

Siamo ormai prossimi alle Festività Natalizie e si sa che, in questo momento dell'anno, più che in altri, si tende a concedersi qualche "sgarro" in più. In particolare, tra le tante cose buone che ci regaleremo, i dolci la faranno da padroni. Della nostra tradizione o più innovativi, faranno capolino sulle nostre tavole in tante forme scintillanti. Tanti dolci...e quindi tanti zuccheri...


 



Ma gli zuccheri fanno bene o male?
Mi sento spesso fare questa domanda. E dico, altrettanto spesso, che "una cosa" in sé non fa male o bene. Dipende dall'uso che se ne fa. Tanto più questo vale per un alimento. Nessun cibo, tra quelli commestibili, è, in sé veleno. Dipende dal consumo che ne facciamo.
Vediamo allora di entrare nel mondo degli zuccheri, e in modo particolare, visto che parliamo di come gli alimenti agiscano a livello del nostro mondo emotivo, psicologico ed energetico, cerchiamo di capire come i dolci e lo zucchero possano influenzare il come ci sentiamo in un determinato momento.

Quando parliamo di zuccheri, parliamo inevitabilmente di glucosio.
Il glucosio è il carburante della vita. In particolare, il nostro sistema nervoso necessita di circa 200 grammi di glucosio al giorno per poter funzionare al meglio. Il glucosio viene utilizzato come mediatore da molti neurotrasmettitori importanti per il propagarsi degli impulsi nervosi e il cui corretto funzionamento da una sensazione di benessere, tranquillità e lucidità.
Forse la cifra che ho appena citato può lasciare sbigottiti: come sarebbe 200 grammi??? Al giorno???
Allora dovremmo assumere 200 grammi al giorno di zuccheri??? Ma non è troppo???
Occorre fare una precisazione. Di quei 200 grammi, il nostro cervello ne prende la maggior parte dal nostro stesso organismo. Il nostro metabolismo, infatti, è capace di produrre una certa quota di glucosio detto "endogeno" che cioè non abbiamo bisogno di assumere con l'alimentazione. Senza entrare troppo in dettagli biochimici, è sufficiente sapere che il nostro tessuto adiposo, i nostri muscoli e il nostro fegato sono in grado di rilasciare del glucosio in circolo, che poi viene trasportato fino al cervello e li utilizzato secondo il fabbisogno del momento.
Solo una quota limitata del glucosio necessario alla nostra vita deve essere introdotta attraverso l'alimentazione. Glucosio che pensiamo, spesso, erroneamente, provenga solo ed esclusivamente da cibi dolci. Esistono invece i cosiddetti zuccheri complessi (per distinguerli da quelli semplici di cui parliamo in questo articolo) a noi tutti noti come carboidrati, i quali sono ricchissimi in glucosio, ma di un glucosio particolare, detto a lento rilascio.

Cerchiamo di capire che differenza c'è tra zuccheri semplici e zuccheri complessi.
Gli zuccheri semplici (zucchero da tavola, miele, fruttosio) entrano in circolo e si accumulano rapidamente ma, altrettanto rapidamente, scendono (il cervello li cattura immediatamente, essendo la sua principale fonte di nutrimento).
Gli zuccheri complessi invece (contenuti in cereali, legumi e verdure) sono detti anche a lento rilascio, in quanto entrano in circolo molto più lentamente, e con gradualità, cosi che, nelle ore seguenti a un pasto a base di cereali, per esempio, il fabbisogno di zucchero viene coperto in modo costante, dall'interazione tra glucosio introdotto con l'alimentazione e glucosio endogeno.
Mentre nel primo caso, gli zuccheri semplici, provocano uno squilibrio (esogeno contro endogeno e troppo e troppo in fretta), nel secondo caso viene mantenuto l'equilibrio.

A questo punto viene da chiedersi:
ma lo squilibrio provocato dagli zuccheri semplici, che effetti da?

Ciascuno di noi avrà provato sicuramente, nella sua vita, quella sensazione particolare che viene cosi spesso definita "carenza di zuccheri". "Ho una carenza di zuccheri" si dice e si sperimentano queste sensazioni:
- sonnolenza
- apatia
- vertigine
- scarsa concentrazione
- irritabilità

Questa situazione si innesca ogni qual volta eccediamo nel consumo di zuccheri semplici e diamo quindi vita a quel "balletto" che porta a un picco di glucosio nel sangue, che viene poi subito assorbito dal cervello per portare a una brusca discesa dei livelli di glucosio ematico, e a una maggior richiesta di zuccheri da parte dell'organismo. Se rispondiamo a questa maggior richiesta di zuccheri con altri zuccheri semplici alimenteremo all'infinito questo meccanismo creando una vera e propria dipendenza. Una dipendenza che può poi sfociare in turbe del metabolismo ma anche, e ci sono sempre più dati a riguardo, dell'umore e della capacità di concentrazione.
In particolare si sono visti e si stanno studiando, sui bambini, effetti molto preoccupanti.
- sbalzi d'umore
- deconcentrazione
- ansia
- depressione
- assuefazione alla sostanza
E' incredibile pensare che dei bambini possano già soffrire di depressione! Eppure se ci pensiamo, come può reagire, a lungo andare, un organismo in crescita, se riceve una molecola vitale come il glucosio, in modo cosi ballerino e soggetto a bruschi cambiamenti di concentrazione? Viene persa ogni certezza. Oggi c'è ma domani potrebbe non esserci. Il nutrimento. La crescita. La speranza.

Concludendo. Fanno bene gli zuccheri semplici? O fanno male?
Un po' di questi zuccheri, visto il loro effetto immediato sul sistema nervoso, possono essere un momento di gratificazione, dare una sensazione di coccola, di momentanea "felicità" interiore (a base proprio biochimica...una "botta" per il cervello!). Ma un po'...
Esagerando non solo andremmo ad instaurare una situazione di squilibrio nel nostro organismo, ma potremmo rischiare di vedere compromesso il nostro umore, la nostra serenità e la nostra capacità di stare nella vita con lucidità e soddisfazione.

Dunque, se vogliamo trascorrere delle festività serene e gratificanti, senza sentirci costantemente arrabbiati, stanchi e appannati, concediamoci una fettina di panettone o pandoro, o un po' di torrone, o assaggiamo qualche dolce tipico e particolare, ma senza esagerare.

Compensando con tanta frutta, verdura, carboidrati complessi.
Vedremo nella prossima puntata, quanto, questi alimenti appena citati, siano un vero toccasana per la nostra salute ma anche, e soprattutto, per il nostro umore!


Alla prossima!










lunedì 10 dicembre 2012

Proteine di origine animale


La carne, con una grande prevalenza di quella rossa e di maiale, è il tipo di proteina di origine animale maggiormente consumata a livello mondiale.
 
Limitarne il consumo tocca questioni etiche (limitare o porre fine allo sfruttamento animale, agli allevamenti intensivi, alle sofferenze e alle condizioni spesso pessime e “inumane” (ma neppure animali...) che questi comportano per il povero animale, per la deforestazione massiva richiesta per mantenere questi allevamenti ecc...) e salutistiche (un consumo eccessivo di carne crea problemi metabolici non indifferenti).
Esiste, però, anche un discorso più “sottile” ma non meno importante.
Le proteine della carne, essendo le sostanze chimiche che stimolano il nostro sistema nervoso prevalentemente a base proteica, influiscono profondamente sul metabolismo dei neurotrasmettitori e quindi sul comportamento umano.
Il consumo di carne stimola, da parte delle ghiandole surrenali, la produzione di tirosina,un amminoacido che è il precursore di alcuni neurotrasmettitori,dopamina, noradrenalina e adrenalina, che stimolano l'aggressività negli animali predatori e che sono, cosa ancora più importante, mediatori del comportamento in situazioni di stress. Sono pensati per situazioni di stress acuto, quando cioè, per esempio, in una situazione di pericolo improvvisa, siamo chiamati a dare una risposta immediata ed incisiva (e qui entra in gioco anche il ruolo di un altro ormone, il cortisolo, di cui parleremo in altra sede). Una volta terminata la situazione di stress, però, i livelli di queste sostanze nel sangue, scendono, e il nostro cervello riceve un messaggio che potremmo tradurre cosi:“ora è tornato tutto calmo, rilassati e rallenta”. Un messaggio di questo tipo ha poi effetto su tutto il metabolismo che riceve un input specifico atto a ristabilire l'equilibrio interno.
Questo in condizione, diciamo cosi, normali.
Ma se pensiamo a una situazione in cui introduciamo continuamente grosse quantità di proteine animali, e in particolare di carne, è come se andassimo, continuamente, a stimolare la risposta “da stress” mantenendo il nostro organismo, e quindi anche la nostra psiche, in una situazione di allarme.
Dunque, aggressività, ansia, tensione continua.



Ci ricorda qualcosa, questo?

Se andiamo a vedere in quell'immenso patrimonio che è la conoscenza e la saggezza antica, che l'uomo aveva già accumulato migliaia di anni fa', troviamo che, con parole diverse, con il linguaggio dell'epoca ma in modo molto chiaro ed inequivocabile, queste cose già erano note.
Il sistema dei Chakras, ruote di energia che si trovano dislocate in punti specifici del nostro organismo, prevede infatti sette Chakras maggiori (e migliaia di altri Chakras cosidetti minori ma che al momento, a noi, non interessano, sparsi su ogni centimetro di pelle) che hanno il loro ingresso sulla superficie corporea e che sono in collegamento con l'interno del nostro organismo, con i relativi organi, apparati e sistemi ormonali ed energetici.
Ad ogni Chakras sono associate diverse qualità emotive, psicologiche, vibrazionali (suoni e colori) ecc...e anche, udite, udite: tipi di cibi ed alimenti!
Il primo di questi Chakras, situato alla base della colonna vertebrale,nella zona del perineo, tra i genitali e l’ano e che viene detto Muladhara, coincide a livello organico con i piedi, le gambe, le ginocchia, il bacino, la colonna vertebrale, le ghiandole endocrine surrenali, l’apparato genitale, la vescica, l’intestino crasso, la muscolatura, lo scheletro osseo e il sistema nervoso autonomo e con il senso dell’olfatto.








Avete notato nulla?
Volete provare a rileggere?
Si parla, di primo Chakra in relazione alle ghiandole surrenali.
Abbiamo visto, sopra, che, a livello biochimico, è stato dimostrato che le ghiandole surrenali vengono stimolate, dal consumo di carne.
Qual'è l'alimento associato al primo Chakra?
Si...proprio cosi...
Le proteine in generale e in particolare la carne (che ha su questo chakra un effetto notevole)!
Cosa rappresenta dal punto di vista emotivo, energetico e psicologico il primo Chakra?
La capacità di stare radicati nella realtà, la volontà di vivere, l'aggressività necessaria per procurarsi quello che serve al proprio sostentamento, alla propria realizzazione, personale, lavorativa, affettiva.
Queste sono tutte cose buone, se presenti nella giusta dose. Come sempre è una questione di misura.
Di equilibrio. Di mezza via.
Non devono mancare o essere troppo poche (una persona che vive senza avere i piedi per terra, che non è capace di interagire con la realtà, che si ritira in se stessa e dalla vita, certamente non ha molte possibilità di avere una vita sana e sufficientemente felice) ma neppure raggiungere l'eccesso (una persona prepotente e aggressiva ha altrettanti problemi).
Ne deriva quindi, in modo piuttosto chiaro, che è bene apportare proteine per aiutare questo chakra a funzionare, ma che è importante non abusarne e, in particolare, non abusare di proteine della carne che lo iperstimolano provocando squilibri e quindi quello stato di continua tensione, ansia, stress (con relativa sintesi di cortisolo) e di aumentata aggressività di cui parlavamo poco sopra.
Ecco come migliaia di anni fa' quello che la nostra scienza moderna sta scoprendo era già noto.
Ci sarebbe molto da riflettere.


Concludo questo primo escursus riguardante le proteine animali dicendo che anche la carne di pesce e i formaggi stagionati, sebbene in misura minore, sono in grado di scatenare la cascata ormonale e di neurotrasmettitori di cui abbiamo parlato.
Sarebbe quindi bene stare attenti anche al consumo di tutti questi alimenti.

Del resto anche la versione più moderna della piramide alimentare prevede, alla base , l'acqua e le bevande in generale, poi i vegetali e i legumi, e poi man mano che si sale, cereali e carboidrati in genere e semi oleaginosi, frutta secca e oli. Solo in cima, verso la punta della piramide, carni bianche, pesce, formaggi e latticini, salumi e carne rossa...quest'ultima poi è messa proprio al vertice della piramide a significare che va consumata piuttosto raramente.

Tutto torna.

Alla prossima puntata.



Siamo quello che mangiamo.



Si dice spesso che siamo quello che mangiamo, ma sappiamo davvero cosa vuol dire?
Siamo abituati a cogliere immediatamente il nesso tra quello che mangiamo e la nostra salute (che non è poco!) e magari siamo preparatissimi circa gli alimenti che fanno aumentare la fatidica glicemia (quantità di zuccheri nel sangue) o il colesterolo, o quali cibi sono più o meno ricchi di calcio ecc...
Quello che forse non sappiamo, è che il cibo che scegliamo influenza anche il nostro stato d'animo e, a lungo andare, sembra, anche il nostro carattere.
Questo non stupisce, se ci soffermiamo un istante sul concetto di cibo, e di sostanze nutritive.
Le sostanze nutritive contenute nel cibo, infatti, sono molecole ed energia.
Molecole ed energia influiscono sul delicato e raffinato sistema ormonale e sulla produzione dei neurotrasmettitori.
Gli ormoni e i neurotrasmettitori collaborano nel regolare il funzionamento del nostro cervello, nel trasmettere ai vari distretti dell'organismo “messaggi” (in questo caso chimici) che dicono “attivati”, “fermati”, “lavora di più”, “lavora di meno”, “fai succedere questa cosa”, “fai succedere quest'altra”.
Ecco quindi che, siamo quello che mangiamo, a livello corporeo, emotivo, mentale ed energetico.
E' proprio vero che siamo il nostro corpo, mentre spesso ci vene da pensare che abbiamo, semplicemente, un corpo, e che quello che siamo come persona, le nostre gioie, i dolori, la capacità di sentire, di vivere, siano qualcosa di separato e altro rispetto alla nostra parte organica.
Occorre imparare un diverso modo di percepirsi.
E allora, vediamo come i cibi che assumiamo possono influenzare quello che siamo.
Penso sarà necessario, vista la vastità dell'argomento, fare un percorso "a puntate".
Iniziamo quindi con la prima.

mercoledì 5 dicembre 2012

La saggezza di Ippocrate.

Fa che il cibo sia la tua medicina e che la medicina sia il tuo cibo.

Il corpo umano è un tempio e come tale va curato e rispettato, sempre.

Lavorare, mangiare, bere, dormire, amare: tutto deve essere misurato.

Ciò che è da gran tempo consueto, anche se è peggiore dell'inconsueto, di solito turba di meno; tuttavia talvolta occorre cambiare passando all'inconsueto.
 
 





 
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